Scrittori di classe




 RACCONTI FANTASY - CLASSE 2D  2016-2017


Inserisco qui di seguito tutte le storie che avete scritto, SENZA ALCUNA CORREZIONE: quindi, se trovate errori... diciamo che è tutta farina dei vostri sacchi!
VOTATE tutti le storie secondo la tabella qui allegata e... VINCA IL MIGLIORE!



TITOLO:
VOTO COMPLESSIVO ALLA STORIA:

DESCRIZIONE DEI PERSONAGGI:

DESCRIZIONE DEI LUOGHI:

CORRETTEZZA ORTOGRAFICA:

CHIAREZZA DELLA TRAMA:

ORIGINALITA’ DELLA TRAMA:

totale punteggio: (TOT. : 10)



LA SALVEZZA DELLA PENNA

Nicolò e Giulia erano due ragazzini che vivevano nella città di Solemi. Nicolò era un ragazzo come gli altri alto un metro e sessanta capelli mori e occhi castani.
Era il più intelligente della scuola e lo consideravano simpaticissimo e a volte un po’ strano. Giulia invece era una ragazzina raffinata, capelli lunghi biondi e gli occhi azzurro mare. I due ragazzini erano due migliori amici e si conoscevano fin dall’asilo.
Loro due avevano in comune una penna che la custodivano da molti anni e viene detto che non era una penna comune. In una fitta foresta invece viveva una strega.
Si chiamava Luna e aveva i capelli grigi e tutti sporchi, i suoi vestiti erano tutti strappati. All’intermo della sua piccola casetta di legno teneva un laboratorio di stregoneria, con pozioni magiche, pentoloni e grossi libri per ricette.
La sua casa non era come le altre di giorno era una falegnameria e di notte un laboratorio per streghe. Un giorno d’inverno Giulia e Nicolò andarono a pattinare al lago ghiacciato chiamato Low Low. Mentre pattinavano, giocando e scherzando, Nicolò vide all’interno del bosco qualcosa muoversi.
I due ragazzini incuriositi, si tolsero i pattini e entrarono nel fitto bosco di pini.
C’era un odore di muschio e selvaggina e il terreno era ricoperto di foglie scricchiolanti e pigne. La luce penetrava all’interno dei maestosi alberi spogli.
Giulia e Nicolò videro una casetta di legno e incuriositi entrarono al loro interno.
La strega era seduta su una sedia e cuciva una calzamaglia.
I due ragazzini chiesero: “Chi è lei?”
E la signora rispose: “Io sono una persona che ama molto i bambini e vi tratterò come miei nipoti.”
Dopo qualche ora passata insieme alla strega Luna, ella prese una pozione magica e gli chiese di berla. I due ragazzini con astuzia presero la penna magica e la svitarono per leggere nel pensiero della strega. Luna voleva che i due ragazzini restassero congelati così poteva mangiare i loro cervelli. Giulia e Nicolò quando scoprirono il suo pensiero si spaventarono e corsero fuori dalla casa.
Goldor il migliore amico della strega arrivò subito in soccorso dei due amici.
Egli era una vipera terrificante, aveva il corpo con le spine, i denti aguzzi e il suo sibilo si sentiva oltre i venti metri. Luna aveva trasformato Goldor in una vipera, prima era un topolino.
Goldor era dietro a Giulia e Nicolò e li seguiva con cattiveria. I due ragazzi presero in mano la penna magica e schiacciarono il pulsante per trasportarli in un altro luogo. Si ritrovarono sani e salvi a Solemi nella piazza principale.
Giulia e Nicolò ripresero il fiato e si diedero un forte abbraccio.
La strega Luna disperata e dispiaciuta per essersi fatta scappare la cena, si rinchiuse nella sua casa e non si fece vedere mai più. 


SIMON E LO SPECCHIO MAGICO

C’era una volta una famiglia povera che viveva nella città di Occorsan vicino al Trio Fondosos. Esso si trovava vicino alla grande montagna, era composta da tre grossi arbusti di platano. Essi si chiamavano Friondolo, Dondolo e Sosias da cui ha preso il nome la grande foresta. Essi erano magici e parlavano tra loro come umani, solo che non potevano muoversi ed erano destinati a rimanere lì per sempre. La famiglia aveva molto bisogno di soldi per questo il figlio Simon andava ogni pomeriggio al castel Sassos a rubare quel poco che trovava. Esso era situato vicino al Filake, un piccolo stagno e al fiume Piornus. Il castello era chiamato così perché era costruito tutto di pietre, di misure diverse. Per arrivarci bisognava percorrere una stradina di sassolini, che ai lati aveva delle piccole torri con sopra dei vasi. All’ingresso di esso c’era un grande portone di legno massello, molto pesante. Il castello aveva delle piccole finestre con delle grate e una bandiera sopra il portone. Essa era gialla con delle frange dorate in fondo. Simon aveva i capelli mori con un ciuffo biondo, i suoi occhi erano castani, era molto magro perché i sui genitori non potevano permettersi molto cibo. Esso era molto giovane e aveva 12 anni. Un giorno Simon entrò dalla finestra che la cuoca Sofi aveva lasciato aperta. Dalla finestra giunse in soggiorno e trovò uno scettro: era d’oro coperto di diamanti. Pensò che quel oggetto valesse molto e decise di rubarlo. Alla fine della stanza notò un enorme oggetto alto due metri coperto da un telo incuriosito decise di toglierlo. Si accorse che sotto il telo si trovava uno specchio. Subito si ritrovò catapultato in un mondo parallelo. Per poter entrare nello specchio bisognava avere nella mano destra lo scettro. Quando entrò nello specchio magico vide tutto ricoperto d’oro. In quel mondo era tutto dorato le case, gli animali, i fiumi, le piante e anche tutto il resto. Il proprietario era il re William, che costruì il mondo sottraendo i beni dei cittadini onesti della città di Occorsan.
Il re William era un uomo malvagio che pensava solo al suo bene, era un uomo alto, aveva gli occhi azzurri e i capelli mori.
Girando per la terra, Simon si ritrovò davanti al castello del re William, ma davanti al castello c’era l’amico fedele del re William, un drago che aveva le squame dorate con le ali verdi ricoperte di diamanti.
Iniziò la battaglia e dal castello il re William sentiva il rumore delle spade che combattevano, gli uccelli che svolazzavano per la paura.
Il re si affacciò sulla torre principale del castello per vedere cosa stesse succedendo, la regola di quella città era che chiunque entrasse nel mondo di William veniva arrestato a vita.
William ordinò alle guardie di arrestare Simon, le guardie indossavano un elmo dorato e un’armatura d’oro.
Esse lo portarono nella prigione d’oro, durante la notte Simon trovò sotto il letto una teiera di colore bianca con alcune righe rosse, vicino c’era un biglietto che diceva: “chiunque trovi questa teiera, esprima un desiderio e quello si avvererà”.
Simon cadde in un sonno profondo e sognò che i beni fossero restituiti ai cittadini, e che tornasse alla sua città e alla sua famiglia.
La mattina seguente si trovò sdraiato su il prato del giardino di casa sua, tutti i cittadini erano intorno a lui felici applaudirono Simon e lo ringraziarono per l’aiuto.
Simon si ritrovò nella mano sinistra la teiera che lo aiutò a tornare indietro e così decise di esprimere un altro desiderio quello che il mondo dove viveva William scomparisse insieme a il proprietario, il drago e le guardie.
Da quel giorno in poi la città di Occorsan tornò felice e contenta.

UNA NOTTE CON CORAGGIO

Tanto tempo fa, in un piccolo paesino di montagna, in una vecchia casetta, abitavano due fratellini, Lucy e Johnny con i loro nonni materni. Due anziani signori molto riservati, dall’area misteriosa e tenera. Il nonno era stato colpito da una malattia che lo costringeva a stare sempre seduto in poltrona, le sue gambe erano deboli e non riusciva più a svolgere lavori pesanti e le sue abitudini quotidiane. Lo aiutava il nipotino Johnny, sempre disponibile a dare una mano: un ragazzino dai capelli biondi, quasi oro, con dei piccoli occhi azzurri che splendevano e rendevano la sua pelle luminosa. Indossava spesso dei jeans chiari portati con una cintura nera e delle maglie scure o sportive. La nonna invece era aiutata dalla piccola Lucy, una bambina dolce con lunghi capelli marroni, dei grandi occhi grigi e una bocca sottile e sempre sorridente. La sua pelle era molto chiara con delle paffute guanciotte rosse. Indossava spesso delle gonnelline con fiori o disegni colorati, accompagnate da camicette a scacchi. Era molto allegra e avventurosa, amava esplorare luoghi nuovi e sperduti. Un pomeriggio i due fratelli salirono in soffitta per sistemare della legna, quando la loro attenzione si concentrò su di un vecchio pianoforte, coperto da un lenzuolo impolverato. Decisero di scoprire se lo strumento fosse ancora funzionante, così Lucy cominciò a suonare. I due bambini vennero avvolti dalla dolce melodia che li trasportò in un sonno profondo.
Riaprendo i piccoli occhi si ritrovarono in un  prato immenso, pieno di fiori colorati e alberi da frutto. Si alzarono lentamente, ancora storditi dalla musica dolcissima di quel piano misterioso.
Lucy corse immediatamente tra i mille colori che la circondavano, mentre il fratello le urlava di tornare indietro.
I due fratellini erano molto diversi: lei amava correre per i boschi, ma lui preferiva stare a casa a costruire cose strane.
Corsero entrambi verso l’acqua cristallina del mare della Luna. All’improvviso, però, videro arrivare, da lontano, un relitto di barca con colorate vele lacerate.
Spaventati i due bambini cercarono qualcuno da cui andare per sapere chi fossero quegli esseri sulle navi e cosa volessero da loro. Ma sfortunatamente sull’isola non c’era nessuno, neanche un posto dove ripararsi o nascondersi.
Alla fine, però, la nave arrivò a riva e i due bambini incuriositi, cercarono di capire cosa stava succedendo, avvicinandosi al relitto. Quegli esseri, sulla nave, erano scesi e li stavano cercando, urlando a gran voce i loro nomi, mentre Lucy e Johnny si nascondevano tra tre alberi giganteschi.
Dalla barca proveniva un dolce odorino: sull’imbarcazione c’erano dei vari gusti di cioccolato, tutti di colori variopinti e forme creative e pazzerelle. Ai ragazzi venne un’improvvisa fame. Con cautela si avvicinarono e un po’ timorosi salirono sulla barca. L’imbarcazione partì velocemente e in un battibaleno arrivarono ad una terra strana. 
Un po’ spaventati poggiarono i piedi in quel luogo nuovo. C’erano vari rumori: il canto degli uccellini, il ronzio delle api sopra i fiori variopinti che arricchivano un prato verde pistacchio che risplendeva con i limpidi raggi del sole, che sbucavano dalle nuvole che coprivano a mano a mano il cielo. Soffiava un leggero vento, che si portava i sottili fili d’erba con sé.
In lontananza notarono un folto boschetto che li incuriosì ancora più dei dolci, ecco il posto ideale dove trascorrere la notte.
Cominciarono a camminare, guardandosi dietro le spalle, per controllare se qualcuno li seguiva.
Passeggiarono vicini vicini per qualche oretta e finalmente si ritrovarono in quella foresta dalle tende colorate. Soffiava un venticello che raffreddava la loro pelle sottile. Erano arrivati al tramonto, quindi l’unica luce che illuminava il percorso era quello multicolore del cielo estivo.
Nella penombra notarono, su un albero, una specie di lampada color rosso magenta che risaltava tra le chiome di esso in modo estremamente evidente.
Dalla minuscola cosa lucente uscì un animaletto alquanto strano: era molto basso e cicciottello, con guanciotte rosse, un pelo abbastanza corto e marrone e dalla sua schiena spuntavano le sagome di due piccole ali.
Tranquillamente aprì le ali che all’apparenza erano piccoline, ma quando le apriva diventavano immense e super colorate. Prese il volo, guardando incuriosito quei due ragazzi mai visti prima e, in un secondo, si ritrovò di fronte a loro.
Lucy notò immediatamente che la stana “cosa” uscita dal contenitore rosa aveva le sembianze di topo, con enormi orecchie grigie e grandi occhi celesti.
Il topo alato si avvicinò lentamente e disse: «Ciao! Io sono Lily. E voi chi siete?»
I due ragazzini, spaventati dal suono della voce dell’animale che si faceva chiamare Lily, fecero un salto all’indietro e per poco non inciamparono nelle radici di un albero poco distante.
La bimba, incuriosita ancora di più da quella Lily, si avvicinò a lei e chiese: «Ciao, io sono Lucy e lui è mio fratello Johnny. Come va? E, soprattutto, tu chi sei?»
Lily, sorpresa da quella domanda, esclamò: «Ma come! Non sapete chi sono io? Io sono un farfaltopo! Ovvio, no? Dovete provenire da un paese molto lontano se non sapete chi sono io!»
«Sì, veniamo da un paese lontano… ma tu come fai a saperlo?» disse Johnny, ancora stupito dalla stranezza di quella creatura.
«Io sono un farfaltopo! E poi vi ho visti mentre venivate verso il bosco per scappare dalla nostra barca, anche se non ho capito il perché. La barca era venuta a prendervi: riesce a sentire se c’è qualcuno sull’isola e capisce anche i nomi di queste persone» spiegò il farfaltopo.
Sentendo quest’informazione, a Lucy venne un’idea, quindi domandò: «Visto che tu sai tutte queste cose, non potresti spiegarci dove siamo e perché ci siamo arrivati?»
Lily annuì col capo, li invitò ad accomodarsi su un tronco di un albero e iniziò la spiegazione: «Allora, questa in cui ci troviamo ora è la Foresta della Fantasia, nella Terra delle Meraviglie. Voi siete arrivati sull’Isola di Giza nel Mare della Luna. Vi ha portati a riva la Nave della Luna.
La storia di questa Terra è molto complicata: in parole povere prima noi abitanti della Terra delle Meraviglie eravamo liberi, ma da qualche anno ormai una strega cattiva di nome Dafne sta spaventando e sottomettendo tutto il nostro pacifico mondo. Noi la odiamo, però non riusciamo a sconfiggerla. La prima volta che ci abbiamo provato, Dafne ha preso tutti i combattenti migliori e li ha schiavizzati mettendoli a fare i lavori più duri e stancanti senza paga e con poco cibo.
Ora noi non abbiamo più pace e abbiamo bisogno che qualcuno riesca a prendere la Geba di Skukuzy, un fiore di ghiaccio che si trova nel Lago Ghiacciato del Vulcano Ciaghio, può sconfiggere la strega ed ha al suo interno anche una pozione curativa per tutti i mali.»
I due fratelli si guardarono e decisero in quello stesso momento di partire per il viaggio che avrebbe potuto curare il loro caro nonnino. Quindi mangiarono qualcosa e fecero una riposante dormita.
Il giorno dopo salutarono Lily e partirono di buon ora. Nel loro cammino si ritrovarono a passare sotto una gigantesca pianta con molti fiori e passarono avanti tranquillamente.
Ormai era sera e stanchi si diressero verso ad una fioca luce, che risplendeva nell’acqua sporca di un laghetto che circondava il castello, di un marroncino chiaro, mischiato ad un verde fogna. Dall’aspetto il castello sembrava vecchio e non abitato e i ragazzi, dopo alcuni sguardi, decisero di entrare.
Nel castello regnava il silenzio. Da una piccola porticina scricchiolante e impolverata, si vide uno stivale, nero come il catrame, che con quei piccoli tacchetti facevano un rimbombo nell’ingresso della fortezza. La strega indossava un lungo abito nero con grandi macchie sporche dall’aria trasandata. I suoi capelli erano tutti arruffati e nascondevano quel viso serio e antipatico. Aveva un ampio naso adunco con una sottile bocca bianca e due piccoli occhi verdi pallido.
Dafne, la strega, che non amava gli ospiti, iniziò a formulare un incantesimo. In pochi secondi i fratelli si ritrovarono in una cella, tutta sporca. Fuori dal vano c’erano delle mostruose sentinelle, ovvero gli scagnozzi della megera.
La gabbia si trovava in una stanza. Era tutta vuota, c’era solo un quadro e una finestra che dava su un giardino. Il quadro aveva una cornice di legno, verde, con incorniciato due piccole bambine. La perfida befana, gli tenne imprigionati per tutta la notte e al sorgere del sole e Jhonny si svegliò con un forte rumore. Le due guardie non si trovavano più davanti alla loro cella, bensì a preparare un falò nel vivaio nel retro.
Johnny svegliò la sorella ancora addormentata sulla spalla del fratello e appena aprì gli occhi, vide il fratello cercare di aprire quella porta di sbarre. Lucy si ricordò di avere una forcina nei suoi capelli e in poco tempo furono liberi.
La combriccola per fortuna era distratta e scapparono dal grande portone di legno corpulento. Corsero il più che potevano, fino ad arrivare alla cima di un grande vulcano.
Era un monte colore grigio chiaro, all’interno del suo cratere si trovava il Lago Ghiacciato. Le sue acque custodiscono la Geba di Shkukuzy. Un fiore di ghiaccio che con i suoi petali salva le vite, fa diventare invisibili e può sconfiggere la malefica strega.
I due guardavano incantati quel laghetto quando, ad un tratto, quel magico oggetto uscì dal lago e si illuminò davanti ai loro occhi. Ma improvvisamente sentirono un rimbombo di passi: erano gli scagnozzi della strega, che li stavano seguendo.
Johnny e Lucy, impauriti, presero velocemente il fiore luminoso e si misero a correre verso le montagne viste in lontananza. Sedendosi, scivolarono giù per tutto il vulcano, mentre i mostri urlavano dietro di loro.
Arrivati alla  Catena dell’Inneppa, si ritrovarono in trappola: un mucchio di mostri li circondava. Ma ecco che accompagnata da un leggero vento, arrivò Lily. In un batti baleno trasformò i fratellini in due piccole figure che si catapultarono nella lampada-casa, ritornando nella Foresta della Fantasia.
Trascorsero la sera e la notte da Lily, raccontandosi gli ultimi due giorni. La mattina seguente spezzarono la Geba a metà: metà a Lily per sconfiggere la strega e l’altra metà a Lucy e Johnny per curare il nonno.
Con una piccola formula pronunciata dal farfaltopo, si ritrovarono nella soffitta a suonare il pianoforte, come se non fosse mai accaduto niente.
E finalmente il nonno guarì. 


TALVOLTA SI PUO’ CAMBIARE…

In una casa nel nord dell’Isola Minor, c’era una famiglia povera con molti poteri buoni. Essa era composta da un ragazzo di nome Andrew, la sorella maggiore, la mamma e il papà. Una sera il cielo divenne scuro e spaventoso e una moltitudine di tuoni lo rese simile a quello che era disegnato nei libri che stavano nascosti in soffitta.
Tutti si spaventarono e le deboli luci dell’abitazione si spensero improvvisamente; per cercare di proteggersi, si avvicinarono l’uno all’altro.
Dopo pochi istanti la luce si riaccese e tutti erano appoggiati alla parete sinistra: quella opposta si distrusse completamente ed entrò Scomparius, il mago più cattivo di tutti i tempi. Egli sprigionava dalle mani una polvere capace di trasportare qualsiasi persona di età maggiore ai sedici anni sull’Isola Reale, luogo in cui le persone divenivano suoi schiavi.
Scomparius guardò tutti i componenti della famiglia con occhi colmi di cattiveria e aggressività. Con tono crudele disse loro che se non gli avessero consegnato tutti i loro poteri, li avrebbe mandati per sempre sull’Isola Reale. Loro si rifiutarono prontamente e purtroppo tutta la famiglia scomparse dall’Isola Minor, giungendo improvvisamente nel Regno terribile di Scomparius.
E’ scorretto parlare di “tutta la famiglia”: furono infatti trasportati solo la mamma, il papà e Lilly, la sorella. Andrew invece era troppo piccolo per l’effetto della polvere, aveva infatti solo un anno quando avvenne questo triste fatto.
Il bambino venne adottato dal nonno.
Un giorno gli chiese la verità sui suoi genitori.
Il nonno disse che erano morti, ma Andrew non ci credette e John, avendo capito che era un ragazzino sveglio e intraprendente, ritenne giusto dirgli la verità.
Il nonno raccontò che i genitori erano scomparsi a causa delle polveri di Scomparius, con le quali li rese schiavi nel suo Regno terrificante.
John sapeva che solo una persona in tutte le Isole Perdute avrebbe potuto arrivare
sull’Isola Reale grazie a un portale; lo riferì al nipote e lui gli disse deciso che sarebbe partito quella stessa sera verso questo luogo.
Il nonno cercò di fermarlo, ma non ci riuscì.
Andrew preparò una borsa con dell’acqua, tre panini e una mappa che aveva trovato in soffitta da pochi giorni.
Il nonno gli disse che se non fosse stato il prescelto per oltrepassare il portale sarebbe morto subito.
Il ragazzo lo abbracciò forte e lo salutò; il nonno gli disse di stare molto attento perché se fosse riuscito ad arrivare sull’ isola avrebbe dovuto affrontare Scomparius che possedeva poteri incredibili.
Andrew partì alla volta dell’isola fiducioso e con tanto coraggio. Già sapeva che il viaggio sarebbe stato lungo e pericoloso, pieno di difficoltà.
La prima arrivò subito: per raggiungere il bosco opposto si doveva percorrere un lungo ponte sospeso nella nebbia, traballante e con molte travi mancanti, marce e rotte.
Andrew si armò di coraggio, fece un profondo sospiro e si incamminò.
Arrivato a metà ponte giunse una folata di vento talmente gelido e forte che il bambino dovette tenersi con tutte le sue forze alla corda che era posta sul passaggio quasi distrutto. Quando finalmente l’aria cessò, riprese il suo cammino e a stento raggiunse la fine del ponte. Solo in quel momento si voltò e si accorse di ciò che era riuscito a compiere; fu soddisfatto e orgoglioso delle sue capacità.
Ma non era ancora finita: davanti a lui una fitta foresta di arbusti centenari con maestosi rami copriva il cielo sopra la testa del ragazzino, che provava timore.
Un brivido gli attraversò la schiena, udiva versi di animali come gufi, lupi e scimmie.
Andrew corse il più veloce possibile, saltando sassi e abbassandosi sotto i rami.
Finalmente vide la luce, e una radura gli si presentò davanti agli occhi.
Lì, vicino ad un terribile precipizio, si trovava una panchina dalla quale si poteva osservare il paesaggio.
E proprio da lì Andrew vide il portale e oltre ad esso l’Isola Reale.
Si incamminò cautamente lungo i versanti della montagna e giunse davanti all’entrata attraverso la quale si notava la realtà che per molto tempo si era immaginato. Sembrava magica, simile al paese delle fate. Il ragazzino, essendo preparato, non cadde nell’inganno del finto mondo perfetto; ricordò le parole del nonno John: se lui non fosse stato il prescelto, sarebbe morto all’istante. Provò a lanciare oltre il portale un legnetto e questo divenne subito cenere. Si spaventò tremendamente, ma l’unica possibilità, essendo arrivato fino lì, era rischiare. Prese quindi la rincorsa e, con il cuore a mille, balzò nel territorio dell’Isola Reale. Che meraviglia! Era un mondo incantato, proprio come quello delle fiabe. Si domandò come potesse essere tanto spaventoso un luogo stupendo come quello, e presto ebbe una risposta a tutti i suoi dubbi.
Improvvisamente giunse il terribile Scomparius. Andrew tremava, tremava tantissimo. Nella sua mente passavano come in una televisione tutti i ricordi più belli della sua vita e lui scoppiò innocentemente a piangere. Nessuno capì mai cosa avesse scatenato il piccolo nel cuore di pietra ghiacciata del mago: egli si chinò e si sedette vicino al bambino. Questi gli raccontò la sua storia, la nostalgia per la sua famiglia,
l’amore per il nonno e il suo coraggio. Scomparius rimase stupefatto: un essere tanto piccolo così provato da questioni che solitamente riguardano i grandi?
Beh, quella di Andrew, rifletteva un po’ la sua storia. Rimasto orfano in tenera età, volle vendicare il dolore che gli altri gli avevano procurato, scagliandosi contro chiunque avesse posseduto qualcosa di interessante.
Il mago cattivo si rispecchiò tanto in quel bambino che decise di smettere di condannare gli esseri umani a una tale sofferenza. Ecco perché proprio quel ragazzino era stato scelto per giungere in quel luogo: Scomparius voleva qualcuno simile al bambino innocente che anche lui un tempo era stato.
Andrew chiese della sua famiglia e l’altro disse che ormai tutti in quell’Isola erano morti. Il bambino si sentiva profondamente triste e sconfortato, il mago però gli fece un piccolo regalo: affermò che era pronto a tornare bambino, per giocare con lui tutte le volte che ne avesse avuto voglia.
I due crebbero insieme, aiutandosi sempre a vicenda. Divennero grandi amici e da vecchi decisero di andare a vivere nello stesso ospizio in riva al mare meraviglioso nel Nord dell’Isola Minor.




BOULIVER E IL SUO LUNGO VIAGGIO

Bouliver era un elfo molto vivace. Viveva nella foresta gocciolante in un tronco di quercia.

Aveva più o meno quarant’anni,indossava dei vestiti magici che cambiavano colore in base a dove si voleva mimetizzare. Quando era triste diventava azzurro come le sue lacrime, quando era arrabbiato diventava rosso come il fuoco e quando era felice diventava di un verde inteso.

Non era molto alto non superava un metro e era piuttosto cicciotto.

Era un bel giorno d’estate, Bouliver stava cercando delle bacche nella foresta gocciolante.

In questa grande foresta si trovavano altissimi alberi, pini ed enormi querce, le loro fronde creavano strani giochi di luce, sul terreno con i raggi solari.

Nell’aria si espandeva l’odore di muschio e di aghi di pino.

Un’aria magica circondava tutta la foresta.

Questo posto era abitato da fate, elfi e gnomi.

Una sorgente di acqua tiepida scendeva da una piccola valle, formando un laghetto a forma di cuore, circondato da alti fiori colorati.

Le fate dalle piccole ali si divertivano a saltare di fiore in fiore e gli elfi erano indaffarati a costruire la loro casa nei tronchi delle grandi querce.

Si era allontanato un bel po’ da casa quando finalmente trovò un cespuglio pieno di bacche. Ad un tratto sentì un forte rumore dietro di lui. Quando si girò si ritrovò davanti il brutto orco Mayo.

Cercò di scappare ma Mayo senza problemi lo prese e lo mise nel sacco.

Bouliver non sapeva dove stesse andando e allora si addormentò. Quando si svegliò si ritrovò in una caverna legato a un sasso.

Bouliver si agitò, quando sentì dei passi che si avvicinavano sempre di più. All’improvviso vide l’orco Mayo.

Mayo era alto 1,90, pelato, muscoloso, si nutriva di elfi e viveva in una caverna sui Monti Negrabbini.

Bouliver pensò subito che fosse in una caverna sui Monti Negrabbini…

Questi monti erano molto particolari, quando pioveva diventavano di un nero pesto e invece quando c’era il sole diventavano marroni come se fossero dei monti normali.

Erano fatti di una roccia friabile e a causa del vento si creano forti frane.

Bouliver sapeva che Mayo si cibava di elfi e allora cacciò un urlo per cercare aiuto.

Le sue urla provocarono una frana e Mayo fu travolto da moltissimi massi che lo trasportarono a valle e lo uccisero.

Bouliver fece un sospiro di sollievo e senza perdere tempo si liberò da le corde con cui era legato.

Bouliver era troppo piccolo e anziano per scendere dalla montagna da solo.

Si sentiva il fragore della cascata ed a Bouliver venne l’idea di costruire una zattera per poi usare il fiume per ritornare a valle.

Si stava facendo notte e allora Bouliver decise di ripararsi nella caverna di Mayo, non riusciva a dormire e allora decise di iniziare a costruire la zattera.

La notte passò in fretta ed a un tratto diventò mattina. Bouliver prese coraggio e si buttò dalla ripida cascata e in pochi secondi si ritrovò a valle sfinito.

Decise di riposarsi qualche oretta… Quando si svegliò decise di avviarsi verso la città di Hankoks.

Stava per entrare nella città quando vide un recinto pieno di suoi simili, allora fu costretto a ritornare indietro. Non gli rimaneva altra scelta che passare per il lago Milabianco.

Questo lago si era formato milioni di anni fa . Esso era di origine vulcanica ed è alimentato da una falda acquifera situata nel sottosuolo.

Il lago si estendeva per circa 9km e nel punto più profondo raggiungeva i 40 metri sotto il livello del mare. Secondo una leggenda sul fondo del lago viveva un enorme drago marino, il mostro di nome Lunarius.

Dopo un bel po’ arrivò davanti al lago, ma ormai era notte e allora decise di riposarsi.

Ormai si era già addormentato quando sentì un forte rumore ed a un tratto si svegliò ed dal lago uscì un grande drago.

Questo drago era appunto Lanurius; quando il riflesso della luna piena si specchiava sull’acqua Launurios si svegliava, saliva in superficie e terrorizzava a morte le persone che vivevano nelle vicinanze del lago.

Bouliver si spaventò tantissimo quando si ricordò che in tasca aveva il suo cappello rivela pensieri.

Il cappello rivela pensieri era un cappello magico che permetteva a chiunque lo indossava di prevedere il futuro e le azioni che compieranno le persone prima che lo facciano. Il cappello era di lana blu e rossa e sulla parte superiore c’era una lampadina che era l’oggetto che permette di prevedere il futuro.

Grazie a quel cappello riuscì a prevenire le mosse del drago.

Bouliver usò le sue ultime forze per correre alla foresta Gocciolante.

All’alba finalmente arrivò sano e salvo e da lì non si allontanò mai più.

Manuel, Giorgia, Luca e Benedetta



NEVILLE e il regno di ALAMBILL


Era una giornata come le altre. Sveglia alle 7.00, una colazione veloce e una lunga camminata per andare a scuola . Neville non era un ragazzo studioso: era poco socievole e passava intere giornate davanti ai videogiochi. Giocava soprattutto ai giochi di guerra. Aveva i capelli castani e gli occhi sempre stanchi di colore verde. Era molto magro e molto alto. Un giorno andò da Rick, al negozio di videogiochi. Era diventata un’abitudine per Neville: guardava le copertine dei giochi per capire se gli piacevano o no. Ne trovò uno davvero strano: “ I Tesori di Alambill ”. “Bello!” pensò Neville. Alla fine lo comprò. Arrivato a casa lo provò subito. Sullo schermo apparve una mappa. Spostò il joystick sulle “Orus Mountains”. E così fu subito teletrasportato in un luogo pieno di neve e nebbia. Era freddissimo! Intorno c’erano molte montagne frastagliate. Era completamente solo. Camminando notò qualcosa di blu nella neve: erano dei guanti. Li indossò per tenersi caldo. Poi vide avvicinarsi una cosa, un animale … non sapeva cosa fosse. Ma quando gli fu abbastanza appresso, Neville capì: era un drago enorme. Aveva delle squame luccicanti di colore rosso chiaro che gli coprivano tutto il corpo, una lunga coda che terminava con una specie di pungiglione. Iniziò a sputare ghiaccio ovunque. In quel momento Neville pensò: “Magari avessi qui con me il mio fucile laser di Star Wars!” E nel preciso istante se lo ritrovò in mano, come per magia! Incominciò allora a crivellare il drago di raggi laser. Bastò poco e il drago cadde a terra privo di vita. Improvvisamente le nuvole si dissolsero;  in lontananza si poteva scorgere una grandissima città protetta da possenti mura di pietra. Il viaggio per raggiungerla attraversava grandi pianure desolate e poco abitate. Era finalmente arrivato alla città ma incontrò un problema: le mura erano chiuse da un grande portone di acciaio dorato. Era sigillato da una grossa catena d’argento. Neville immaginò di avere in mano un’ ascia e questa comparve. Gli servì per colpire la catena d’argento. Con una decina di colpi la catena si spezzò. Neville spalancò il grande portone d’acciaio dorato. Un fiume circondava la città e c’erano anche dei ponticelli per attraversarlo. La città era molto affollata e apparentemente molto antica, sembrava medievale. C’era un grosso mercato e dalla via principale si intravvedeva un immenso campanile di marmo. Gli abitanti fissavano il ragazzo con molta diffidenza. In effetti era molto diverso da loro, che vantavano un’altezza tra i due e i tre metri. La cosa buffa era il loro naso: larghissimo! Erano vestiti come nel medioevo: le persone più povere con degli stracci ed un cordone alla vita per far si che il vestito non cadesse. Invece i nobili e i mercanti portavano vestiti coloratissimi decorati da merletti di pizzo pregiato. Tutto d’un tratto arrivarono delle guardie: Neville lo capì dall’armatura lucente di colore rosso, dalle lunghe spade e dai  possenti scudi di acciaio. Quando la gente li vide arrivare, si spostarono tutti ai margini della strada. Neville era molto confuso, non sapeva cosa fare, e  non si spostò. Le guardie gli dissero qualcosa in una lingua strana e, afferrandolo, lo portarono via. Per la paura, il ragazzo svenne. Quando si risvegliò si accorse di trovarsi in una fetida cella. Era probabilmente situata sottoterra. Neville incominciò a urlare chiedendo aiuto. Improvvisamente una persona gli rispose: “Non serve a niente gridare. Nessuno verrà a salvarti.” E, da una apertura fra  la cella di Neville e quella vicina, apparve il viso di una persona. “Sai parlare la mia lingua?” gli chiesi. “Sì, anch’io venivo dal paese degli uomini, ma un giorno venni inspiegabilmente teletrasportato qui. A quel tempo in questo castello regnava la Regina Buona che però si stava già indebolendo per colpa di Aron, il re del male. La regina mi parlò di una profezia e mi disse che solo un umano poteva sconfiggere Aron. Tentai l’impresa ma fallii. E così fu la fine del regno e la  Regina Buona venne rinchiusa nelle segrete del castello.”  “Ora questo è diventato il castello di Aron?”  “Sì e…” si bloccò un momento e spalancò gli occhi in modo stupito “Come hai fatto a impossessarti di quei guanti. Erano sperduti da moltissimo tempo. Sono conosciuti per il loro grande potere: ogni cosa che desideri avere diventa realtà.” E solo allora Neville capì: era solo grazie ai guanti che era sopravvissuto al drago ed era riuscito ad entrare in città. Senza aspettare un attimo di più, fece materializzare un’arma così potente che potesse folgorare ogni nemico o ostacolo. In pochi secondi liberò tutti dalle celle e insieme uscirono dalla prigione travolgendo le guardie. Arrivati al portone principale, Neville fece uscire i prigionieri, ma lui rimase nel castello: promise loro che avrebbe sconfitto una volta per tutte Aron. Dopo aver controllato tutte le sale del castello, arrivò nella sala del trono. Era piena di guardie che gli si opposero nel tentativo di neutralizzarlo, ma con una specie di fulmine  Neville le eliminò. Il re era atterrito nel vederlo. Neville, con tono minaccioso, gli disse: “Ora farai quello che ti dico sennò ti aspetta una brutta fine. Ora portami nelle segrete del castello.” Queste si trovavano sottoterra, scavate nella pietra. Il ragazzo ordinò ad Aron di aprire la cella della regina, poi la portò fuori dal castello. Appena usciti trovarono una folla numerosa che li acclamava. Invece il re malvagio venne rinchiuso nella stessa cella in cui era imprigionata la regina e là rimase per sempre. La sovrana, molto riconoscente del coraggio di Neville, gli fece esprimere un desiderio. Neville esclamò: “Il mio unico desiderio è tornare a casa.” Infine lo salutarono tutti con molto affetto. La regina pronunciò una strana formula magica, grazie alla quale Neville  si ritrovò sul suo letto davanti alla TV con un joystick in mano. Questa fu un’esperienza che gli cambiò la vita e gli insegnò a credere di più in se stesso e nelle sue capacità di risolvere i problemi.


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